Ph: Jasmin Chew
Nel brusio della stanza
Risa di angeli avanzano
Quanto rumore
Per essermi svegliata
Dalla parte opposta dei sogni.
G. Grasso
Ph: Jasmin Chew
Nel brusio della stanza
Risa di angeli avanzano
Quanto rumore
Per essermi svegliata
Dalla parte opposta dei sogni.
G. Grasso
"Più piccolo di come appare da sotto, eppure così significativo nel paesaggio di cui fa parte con naturalezza. Quasi commovente, nel modo in cui si adatta alla conformazione della collina invece di forzarla alle proprie ragioni. Un messaggio di equilibrio e stabilità lasciato così tanti secoli fa per durare ed essere ammirato, con le sue linee curve, senza presunzioni di verticalità, senza sfide alle leggi della fisica. Più in là ci sono i boschi, i muri che circondano la proprietà e la rendono invisibile dalla strada, più sotto, la pianura in cui dilagano capannoni, fabbriche, strade e altre brutture contemporanee avvolte in una foschia azzurrina."
Sinossi: La mattina del primo gennaio Veronica Del Muciaro, inviata di un programma televisivo di grandi ascolti, sta per morire soffocata da una brioche in un caffè storico di Suverso, prospera cittadina del nord. La salva uno strano e affascinante archeologo, il marchese Guiscardo Guidarini, che le rivela di aver riportato alla luce un sito importante. L’inviata scopre di cosa si tratta e lo rende pubblico in diretta tv, scatenando una furiosa competizione tra comuni, partiti rivali, giornalisti e autorità scientifiche. Con Il teatro dei sogni Andrea De Carlo applica le sue capacità di osservazione sociale e di indagine psicologica a un romanzo fortemente contemporaneo, polemico ed esilarante, che scava nelle ragioni dei quattro protagonisti e ne fa emergere verità, segreti, ambizioni, paure e sogni sopiti.
RECENSIONE
Il marchese Guidarini, in questo
romanzo a chiave dalla narrazione accattivante, diventa, suo malgrado, il
protagonista di una contesa tra, i media e la politica contemporanea. TEATRO
della contesa, due immaginari quanto reali comuni della Brianza e i rispettivi sindaci
con entourage annesso. Immagini speculari di uno Stato che ha messo all’angolo
"Dal punto di vista umano, l'azione del teatro come quella della peste, è benefica perché, spingendo gli uomini a vedersi quali sono, fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l'ipocrisia"
(Antoin Artaud)
La paura è nei cromosomi?
È di qualche tempo addietro l’annuncio da parte di un’équipe di biologi che è stato individuato il gene della paura. Ovvero la paura, oggi componente determinante del vivere nel mondo occidentale di fronte al dilagare del terrorismo, è insita nell’uomo, di qualunque estrazione razziale, culturale, sociale, esso sia.
In realtà, noi crediamo che gli scienziati abbiano commesso un piccolo errore: hanno individuato il gene del timore, non quello della paura. E non vi sembri questo un gioco di parole.
La paura è una reazione irrazionale, che spinge alla fuga (in greco fobéomai, “aver paura”, viene proprio da “fuggire”, fébomai), che suppone un castigo, che sobilla, in mancanza di possibili fuoriuscite evasive, al duello. È una passione da cui liberarsi, come auspicavano gli stoici, verso l’atarassia, la pacatezza e la serenità. Era considerata – è – quasi come un vizio.
Ben diverso il timore. Ovvero quel sentire fiducioso che, come scrive lo psicologo Umberto Galimberti, “concorre alla formazione della coscienza morale che argina le spinte trasgressive”.
Contrariamente alla resa allo sgomento dettata dalla paura, il timore induce al dialogo rispettoso e consapevole e spinge al rigore morale che sono la difesa più certa contro ogni arroganza, ogni brutalità, ogni disumanità. Anche, e potremmo dire soprattutto, quelle che si autoproclamano – invocando “invano” il nome di Dio – etiche, morali, “sante”.
“Abbiamo bisogno di ritrovare”, scrive Gianfranco Ravasi, “quel timore che è rispetto per l’altro, ossia il prossimo, e per quell’Altro, che è Dio o il mistero (secondo le diverse opzioni)… Abbiamo bisogno di ritrovare quel timore che è fiducia e fraternità, perché tutti siamo creature, partecipi delle stesse paure e della stessa fragilità “adamitica”.”
E, confermano i biologi, possiamo farlo guardandoci dentro, scrutando la nostra umanità, impegnandoci nell’individuare la nostra identità, quindi le nostre possibilità e i nostri limiti.
I veri credenti di Joseph O’Connor